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Faccio parte della tribu' di Pennarossa ... ma ogni tanto vengo qui a meditare nella mia capanna tibetana.
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Pillole.
Un’ po’ di stanchezza e un imprevisto blackout del mio provider hanno impedito l’aggiornamento del blog, per cui mi trovo costretto a riportare in pillole alcune riflessioni dei giorni scorsi.
Il 16 marzo sono ricorsi trenta anni dalla strage di Via Fani. Di Aldo Moro tornerò sicuramente a parlare, magari all’anniversario della sua uccisione, ma ora voglio ricordare soprattutto gli uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.
Il maresciallo Leonardi lo avevo conosciuto all’università, quando accompagnava “il professore” alle lezioni. Aveva una cinquantina di anni e quindi poteva essere nostro padre, eppure si comportava con noi studenti come un fratello, scherzava e ci dava consigli. Niente di più lontano dalla testa di cuoio che le BR hanno voluto fare credere di avere ucciso, diverso anche dalle guardie del corpo che siamo abituati a vedere oggi, con l’auricolare e lo sguardo duro.
Quando vidi le foto del suo corpo massacrato dai proiettili capii che le BR non avrebbero mai vinto (e soprattutto convinto noi giovani).
Sabato sono andato in giro per Roma a cercare “foto”. C’era Italia Scozia di Rugby e si sa che i tifosi scozzesi nelle trasferte sportive sono particolarmente ... "colorati".
In centro invece mi sono imbattuto in lei. Non so come definire la foto che le ho scattato al volo: sicuramente trasmette disagio e imbarazzo, forse perché il suo gesto mi ricorda lontanamente l’Urlo di Munch.
Al Flaminio poi gran bella festa per la partita di Rugby. Sono sempre più convinto che bisognerebbe “obbligare” i ragazzi ad assistere ad eventi del genere. Tifosi mischiati tra di loro che si scambiano baci e abbracci, che cantano insieme gli inni nazionali e si offrono da bere (tanto).
Penso a come sarebbe bello se si potesse esportare questo modo di vivere una sfida sportiva anche nel calcio e – perché no – nella politica.
E proprio in tema di scontri ideologici, mi piace riportare infine una delle frasi con le quali Adriano Sofri si rivolge a Giuliano Ferrara nel suo ultimo libro “Contro Giuliano”: “… tuttavia, anche se avessi ragione, hai torto. Perché hai eccitato e guadagnato applausi di una parte e rabbia di un’altra. Le parti sono rimaste quelle di prima: solo più distanti e più impazienti”.
Mai dire mai.

E’ di oggi la notizia che 755 ergastolani hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il “Fine pena: mai”. In realtà, l’ingresso del computer nell’amministrazione giudiziaria ha ormai cambiato anche questa dicitura sulla cartella personale del condannato. Ora, alla data di fine pena, per gli ergastolani c’è scritto: 99.99.9999, ma tutti quei 9 in fila non hanno mutato l’inesorabile significato di quel “mai”.
E’ una protesta che per molti è fuori luogo. Per me è fuori tempo, perché avviene in un momento in cui l’opinione pubblica italiana, più che pensare all’art. 27 della Costituzione (“Le pene … devono tendere alla rieducazione del condannato), chiede l’inasprimento delle pene stesse.
Ma il concetto di “tempo” per un ergastolano non può essere paragonato al nostro, considerato che il suo orizzonte è rappresentato unicamente da giorni, mesi e anni di carcere fino al momento della morte.
E’ anche vero, d’altra parte, che il dibattito tra garantisti e giustizialisti è stato così acceso negli ultimi anni da fare dimenticare spesso che, oltre al condannato, esistono anche i parenti delle vittime. Qualunque sia l’orientamento di pensiero sulla pena, occorre sempre rispettare la sensibilità di questi ultimi.
Chiarito questo, sono convinto che – almeno per chi ha ottenuto il “perdono” dei parenti delle vittime – debba essere concessa la possibilità di non morire in carcere.
Tra i miei appunti di studente di Diritto Penale, conservo gelosamente questo passo di una lezione che Aldo Moro tenne proprio sulla pena di morte e sull’ergastolo:
"In parte bisogna dare torto a Cesare Beccaria quando dice che è di grande efficacia la “morte civile” come tipo di pena in alternativa alla pena di morte. Noi invece ci battiamo per abolire anche questa: la pena perpetua.
La logica che presiede al rifiuto è quella di considerare l’ergastolo come una pena di morte dilazionata nel tempo. Ergastolo significa la fine della speranza.
Nella pena di morte si perde l’uomo fisicamente, nell’ergastolo si perde l’uomo civilmente, nel contesto di una sanzione che non gli lascia la speranza di tornare nella vita sociale.
L’atto criminoso e la morte del reo vengono legati tra di loro mediante una pena perpetua, e per questo possiamo affermare che l’ergastolo è più crudele della pena di morte.
Nell’ergastolo il soggetto ha il tempo di pentirsi, ma senza speranza di potere riprendere il rapporto con gli uomini.
La funzione di rieducazione è resa discutibile dalla sovrabbondanza del tempo allo sbocco del quale c’è la morte e non la vita" (19 febbraio 1975)