E’ una curiosità che molti blogger hanno: quella di vedere attraverso quali “chiavi” le persone più sconosciute arrivano ai loro blog interrogando i motori di ricerca.
Alla fine neanche io ho resistito, ed allora ecco svelati anche a voi gli inspiegabili tragitti che hanno portato alcuni lettori alla Capanna Tibetana.
E’ anche un ottimo specchio di cosa alberga nelle menti (distorte) di molti italiani.
Per ogni “voce” mi è venuto spontaneo mettere a fianco un commento …
- Trucchi per trucco perfetto naso a patata (la speranza è l’ultima a morire)
- Diliberto favorevole muro Berlino (chi lo sa … magari torniamo in Parlamento!)
- Culo delle donne (un classico … fantasia scarsa)
- Sharon Stone nuda (buongustaio)
- Alemanno tifoso romanista (comunista giallorosso in cerca di consolazione)
- Angelo Peruzzi nudo (mah …)
- Calendari di donne fondoschiena (pornografico ma … almeno non scurrile)
- Che differenza c'è tra Birmania e Tibet? (la geografia non t’è mai piaciuta … vero?)
- Conchita de Gragorio (e così quando la trovi …)
- Concita de Gregorio nuda (chissà se Concita lo sa …)
- Cosimo nudo (Cosimo chi?)
- Culi e fondo schiena (incontentabile)
- Donne lato culo (meglio precisare)
- Donne nude che scopano (me dovessero uscì vestite …)
- Voglio scopare Rossella Sensi (romanista sfegatato)
- Fondoschiena con scritto Luca (egocentrico)
- Frasi famose sul fondoschiena (acculturato)
- Ilaria D’Amico lesbica (sicuramente una donna invidiosa)
- Le vittorie della Lazio (non basta Google … te ce vo’ la Treccani per trovarne qualcuna)
- Perche gli uomini guardano il sedere (perché siamo sporcaccioni … ma serve Google?)
- Pene di uomini (in che senso … scusi?)
- Ragazze con culo largo ma sodo (compromesso consolatorio)
- Tipi fondoschiena (patito delle statistiche)
A Dublino, in Irlanda, sono in corso negoziazioni finali su un trattato per proibire le bombe a grappolo. I costruttori di armi stanno pressando i governi per riempire il trattato di vie d’uscita e ritardarlo, ed il testo finale sarà stilato nelle prossime 72 ore.
Le bombe a grappolo non uccidono solo durante la Guerra. Disperdono sul terreno piccole bombe inesplose luccicanti, che restano mortali per anni. Quando i bambini le prendono restano spesso mutilati o uccisi. La maggior parte dei governi concordano che queste armi dovrebbero essere rese fuorilegge, ma la pressione dietro le quinte sta salendo per evitare un divieto forte.
Il trattato per vietare le bombe a grappolo è il risultato di una campagna ispirata, condotta per anni da cittadini di tutto il mondo, vittime e sopravvissuti di bombe a grappolo fra i primi.
Nel 1997 la Campagna per Vietare le Mine, animata da persone comuni, ha vinto una battaglia per tutta l’umanità, guadagnando il Nobel per la Pace facendo smettere la pratica barbara di minare le zone di guerra.
Non sarebbe stato possibile senza lo sforzo di migliaia di persone comuni.
Questa settimana possiamo fare un altro passo verso un modo più giusto e più pacifico, un mondo più sicuro per i bambini e per le generazioni a venire.
Se un numero sufficiente di noi interviene prima della firma di Venerdì possiamo affossare il tentativo dei mercanti di armi e convincere i nostri governi ad imporre il divieto alle bombe a grappolo una volta per tutte.
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Oggi mi è capitato di incrociare per la prima volta lo “scuolabus a piedi”.
Non so se questa iniziativa sia presente in altre città (immagino di si), ma sicuramente è qualcosa di geniale nella sua semplicità.
Mentre si discute di massimi sistemi, di opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto, di valichi e di energie più o meno alternative, succede che a Roma – in molti quartieri – i bambini ora vanno a scuola a piedi, appunto con questo speciale “scuolabus”.
Ogni Scuolabus a piedi è guidato da un adulto. Un altro adulto in coda chiude il gruppo dei bambini.
Gli adulti sono operatori di un'Associazione a cui è stato affidato il servizio, in collaborazione con i bambini, i genitori e la scuola.
I bambini vanno e tornano da scuola a piedi, in gruppo. "Salgono" e "scendono" dallo "Scuolabus a piedi" (ovvero entrano ed escono dal gruppo) presso apposite "fermate" distribuite lungo il percorso in luoghi e orari prestabiliti (proprio come se si trattasse delle fermate di uno scuolabus).
Durante il cammino, indossano delle pettorine gialle riflettenti, adatte a identificarli facilmente come appartenenti al gruppo, oltre ad aumentarne la visibilità per gli automobilisti.
Vi assicuro che incontrare questa colonna di bambini con le pettorine gialle mette di buonumore, soprattutto se si confrontano con il nervosismo che si percepisce nei genitori degli altri che – nello stesso momento – stanno accompagnando i figli imbottigliati nel traffico dentro ai loro SUV.
“Chi controlla il passato controlla anche il futuro”. Con questa citazione di George Orwell ieri Mario Capanna ha ammonito circa il pericolo che si corre se dimentichiamo la nostra storia, oppure se accettiamo letture riduttive o revisioniste di momenti importanti del nostro passato.
L’occasione è stata la tavola rotonda organizzata nell’ambito della Settimana tematica sul Sessantotto al Goethe Institut di Roma dal titolo: “Quale futuro per il ‘68”.
Insieme a Capanna ha raccontato quegli anni Luciana Castellina, con la moderazione di Giancarlo Bosetti, direttore di Reset.
Sarebbe stato impossibile affrontare in due ore tutte le sfaccettature di un movimento complesso, oggetto di decine e decine di libri e di infiniti dibattiti. Però è stato interessante ascoltare direttamente dalla voce di due protagonisti di primo piano sia i ricordi che le interpretazioni.
Bosetti ha definito il ’68 come “l’inizio della fine della deferenza nei confronti dell’autorità, fino a quel momento indiscutibile”.
L’espulsione di Capanna dalla Cattolica e la radiazione della Castellina dal PCI (per la posizione assunta sui fatti di Praga) rappresentano in fondo lo stesso desiderio di ribellione dall’autorità, di opposizione ai soprusi.
Luciana Castellina ha contestato soprattutto il tono comune a molte cerimonie sul ’68. Quegli anni non possono essere dipinti semplicisticamente come liberazione individuale, sesso, droga e rock & roll: il ’68 è soprattutto la presa di coscienza del fatto che stavano maturando contraddizioni nel capitalismo, e che esso non era in grado di rispondere ai nuovi bisogni qualitativi. Molti hanno definito il ’68 come un movimento di modernizzazione, al contrario esso è stato la comprensione dei limiti di una modernità distorta.
Purtroppo, negli ultimi anni si è instaurata una memoria selettiva che ha aiutato la banalizzazione del ‘68.
Anche Capanna – naturalmente – si è espresso contro la giubilazione del ’68. Aristotele diceva che l’essere si può dire in molti modi, similmente non esiste un solo ’68, ma migliaia, a seconda dei paesi e a seconda delle singole individualità.
L’ha definita “la rivoluzione non consumata”, in quanto non aveva come obiettivo la presa del potere, ma una diversa visione del rapporto “con” il potere. Una rivoluzione culturale insomma, ed in questo senso il ’68 ha vinto; dal punto di vista politico, invece, Capanna ha affermato che non ha (ancora) vinto.
Si è parlato naturalmente anche di attualità, analizzando il momento politico italiano e la crisi globale.
Per salvare il mondo Capanna ha detto che sono necessarie 3 rivoluzioni simultanee: delle coscienze, dell’economia e della politica. Occorre immaginare un mondo nuovo con uno sviluppo equilibrato (la famosa “decrescita”). In altri termini: occorre liberarci di una “sacco di cazzate” inutili, magari capendo (e combattendo) la differenza tra onesto guadagno e profitto.
La sinistra in Italia ha perso perché non è stata radicale in questo tipo di scelta, ed è stata liquidata quindi come un Ente Inutile.
L’ultima citazione/ricetta è stata quella di Ludovico Geymonat: “Contestate e create”.
IO: Senti, ma … ti ricordi mica dove abbiamo messo le sciarpe, il cappelletto e le bandiere della Roma?
LEI: Boh! Probabilmente nell’armadio. Mi avevi detto che tanto ormai non ti servivano più. Perché? Le vuoi?
IO: No, No, niente. Chiedevo così … tanto per sapere.
LEI: Se vuoi le tiro fuori. C’è qualche partita a cui devi andare?
IO: Partita? Che partita? Domani gioca la Lazio in casa. No, No, la mia era solo una domanda.
…
IO: In quale anta dell’armadio hai detto?
Quando parliamo di immigrazione, zingari e sicurezza, ho l’impressione che noi di sinistra (o centrosinistra) continuiamo a “sfiorare” il vero problema.
Sicuramente ce la mettiamo tutta, ma c’è sempre qualcosa che alla fine ci impedisce di centrare il bersaglio.
Credo che ci siano alcune posizioni ben definite sulla quali non vale nemmeno la pena di tornare: loro sono per la tolleranza zero (che sconfina o promuove implicitamente il razzismo), noi siamo per la solidarietà e l’accoglienza. Però poi ci sono delle domande semplicissime, banali, quotidiane, alle quali non vedo ancora risposte (e vi confesso che io stesso ho difficoltà a ipotizzarle).
Siamo tutti d’accordo che chi compie un reato va punito.
Ma come risolviamo il problema del “disagio”?
Molte uscite delle metropolitane e alcune zone in periferia la sera sono affollate da stranieri ed extracomunitari che si ubriacano. Difficilmente questo si traduce in aggressioni o violenza, però chi passa di lì (soprattutto se donna) ha paura, e magari rinuncia a passarci o ad uscire.
Il servizio trasmesso nell’ultima puntata di Annozero ha messo in evidenza come in alcune città ad alta immigrazione non ci siano effettivi problemi di delinquenza, ma semplicemente episodi censurabili (la pipì nei portoni, il chiasso e le intemperanze in ore notturne). Banalità, se ci pensiamo bene, che però sono percepite il più delle volte dalla popolazione come “il problema”.
A parte la condanna del razzismo, in pratica, vogliamo proporre soluzioni concrete?
Oppure le diamo per scontate? La gente – quella che esasperata alle ultime elezioni ci ha voltato le spalle votando Lega - le nostre soluzioni scontate non le conosce, non le percepisce.
Io provo ad ipotizzarne alcune, ma mi piacerebbe che fossero gli esperti ad indicare la strada da percorrere.
Penso naturalmente a maggiore vigilanza ed alla creazione di strutture da offrire agli stranieri per stare insieme senza vagabondare. Ma tutto questo naturalmente ha un costo: saremmo in grado di convincere i cittadini circa i benefici che tali spese (tasse) produrrebbero?
Ci sono però anche altre soluzioni meno onerose, come ad esempio la riqualificazione delle aree oggi abbandonate a sé stesse. Perché non “vivacizzarle” con pizzerie, ristoranti, pub, magari incentivando i gestori con affitti simbolici? Popolarle insomma con gente e luce, e renderle di fatto più sicure.
Sono ipotesi che ho sentito proporre da anni, ma mai realizzate.
Sugli zingari il discorso è molto più complicato. Sgombriamo subito il campo dalle leggende metropolitane: sembra che in 70 anni di statistiche certe non ci siano casi verificati di “bimbi rapiti”.
Però dobbiamo anche essere onesti intellettualmente ed abbandonare l’idea romantica del “popolo nomade”. Ormai quasi tutti gli zingari sono stanziali, con una bassissima percentuale e volontà di integrazione (lavoro e scuola).
Quando va bene essi sopravvivono grazie alla raccolta di ferro e altro materiale nelle strade e nei cassonetti, e grazie naturalmente all’elemosina. Ma è indubbio che i borseggi e i piccoli furti rappresentano buona parte delle altre entrate.
Oltre a ospitarli in campi tali da garantire loro un minimo di igiene e di civiltà, temo che non sia sufficiente minacciare il carcere per evitare che “rubino”.
E allora, su cosa puntare per fare in modo che non si ripropongano altri “Ponticelli”?
Insomma: proviamo ad elaborare un progetto vero, dove ad ogni problema viene proposta la soluzione. Le dichiarazioni “alte” di condanna al razzismo vanno fatte – naturalmente – ma se non sono accompagnate da concretezza non sono sufficienti e ci allontanano ancora di più (se è possibile) dal Paese reale.
Non credo sia facile trovare tre giorni consecutivi di sole e di cielo azzurro a Berlino.
Forse è anche per questo che ogni monumento, ogni piazza, ogni angolo ci è sembrato particolarmente vivo e allegro.
Considerate le poche ore di visita, pochi sono stati gli approfondimenti, però l’impressione alla fine è ugualmente chiara: una città che dal 1989 ha modificato radicalmente la sua architettura e il suo modo di vivere.
Mi aspettavo ambienti cupi e invece ogni angolo mostrava spicchi di colore. Grazie al bel tempo e al primo caldo, tutti i prati erano invasi da persone che prendevano il sole, dando un senso di allegria e spensieratezza.
Il traffico poteva ricordare quello di Roma nel mese di Agosto, mentre erano decine e decine le biciclette e i risciò che riempivano le strade.
Il contrasto più forte l’ho percepito confrontando i blocchi di muro pitturati, sparsi in molti punti del centro, con un lungo tratto di muro “vero”, lasciato inalterato dalle parti del check point Charlie. Guardando i primi non si ha immediatamente l’idea di cosa avesse significato il muro negli anni della divisione, ma guardando le centinaia di metri dell’altro, grigio e con il filo spinato, la “fotografia” di quegli anni è nitida.
Inutile elogiare i trasporti e le metropolitane: tutto sta a capire bene le differenze tra quella di superficie, il treno metropolitano e quella sottoterra, dopodichè si può raggiungere ogni luogo.
Unico vero neo il costo dell’acqua minerale. Mentre un secondo abbondante (coscio di maiale e contorno) ci è costato poco più di 6 euro, una bottiglia di acqua ci è stata addebitata a più di 7 euro, molto più di una birra media!
Sui “luoghi” visitati ci sarebbe da scrivere tanto.
In sintesi, oltre naturalmente alla Porta di Brandeburgo, ritengo che non siano da perdere la Cupola del Reichstag, Gendarmenmarkt con le due chiese “gemelle” (il duomo francese e quello tedesco), il Berliner Dom, il monumento alla memoria dell’olocausto e per quanto riguarda l’architettura moderna: il Sony Center e Potsdamer platz.
Ma si tratta chiaramente di un elenco riduttivo e incompleto.
Naturalmente con me c’era anche Nikoletta. Per chi vuole, i suoi scatti migliori
sono qui; mentre le "foto ricordo"
qui.
Evidentemente non è bastato lo stress subìto durante le ultime elezioni, né il supplemento dovuto al ballottaggio tra Rutelli e Alemanno.
Mi ero predisposto per un periodo finalmente rilassato (se può esserlo un quinquennio con Berlusconi!) ed ecco che quei burloni dell’Inter si prendono gioco delle mie coronarie e vorrebbero coinvolgermi nel “giochetto” del sorpasso all’ultima giornata.
Ma io sono un romanista navigato! Ben altri finali ricordo e quindi so benissimo che domenica andrà tutto secondo previsione: un meritatissimo primo posto ai nerazzurri e onori unanimi ai giallorossi.
D’altra parte mi è bastata l’ansia di domenica scorsa: ero a Berlino mentre l’Inter si divertiva a movimentare il campionato, e per colpa di Matrix & C. ho intasato le linee telefoniche della Deutsche Telekom per capire quello che stava succedendo al Meazza e all’Olimpico.
Quindi stiamo tutti tranquilli: il campionato è sicuramente già vinto dalla squadra di Moratti e Mancini, per noi è già tanto vedere dove siamo arrivati.
... O no?


Se passate dalle parti di Fontana di Trevi e riuscite a superare indenni la folla di giapponesi, gli ambulanti con le bolle di sapone e gli improbabili “gladiatori” in calzamaglia rossa, potete trovare Papyrus Cafè, un posto carino dove prendere un aperitivo o un thè in tranquillità, magari sfogliando o comprando un buon libro, oppure assistendo ad uno dei tanti incontri letterari che vi si svolgono.
Ieri c’è stato il 2° Incontro dei “Cazzotti letterari”: due scrittori si “sfidano”, come in un Ring, commentando un libro. In 6 round i duellanti devono combattere tra di loro, l’uno difendendo il libro, l’altro attaccandolo. Giudice é il pubblico che dopo ogni round vota per la difesa o per l’accusa.
L’oggetto della sfida di ieri è stato il libro Ali di Babbo di Milena Agus, con Rossella Drudi (“Prendimi e uccidimi”, Graus editore ) nel ruolo della Difesa, mentre ad Adele Parrillo (“Nemmeno il dolore”, Mondadori) è toccato il ruolo dell’Accusa.
L’attrice Barbara Alesse, accompagnata dal chitarrista Andrea Neri, ha letto dei brani come introduzione ad ognuno dei 6 round: i personaggi e la trama; la scrittura; le emozioni; la gente dice … ; lo scambio delle parti; l’arringa.
E’ stato un modo veramente “leggero” e divertente di conoscere e commentare un libro. Le duellanti si sono calate con convinzione nel ruolo, sfiorando in alcuni momenti anche lo “scontro” più acceso.
Ma il momento più simpatico è stato quando – nello scambio delle parti – la difesa ha confessato che quel libro, in realtà, non le era piaciuto per niente.
Per la cronaca ha vinto per 4 a 2 l’accusa e quindi Adele Parrillo.
Da una parte mi dispiace, perché il secondo libro della Agus, Mal di Pietre, a me era piaciuto. Ali di Babbo invece sembra una ripetizione del precedente, un’evidente operazione commerciale studiata a tavolino.
Con queste premesse Adele è stata implacabile nel trovare i punti critici del libro (e della scrittrice). I suoi giudizi più “bonari” sono stati questi:
“In tutti e tre i libri di Milena Agus c’è un po' di ecologia, un po' di magia, un po' di fiaba, un po' di follia, per formare un impasto di appetibilità narrativa. Ma non basta dire mirto e mare per fare Sardegna …”
“Il linguaggio adottato dall’io narrante, una 14enne, sta tra l'adolescenziale e l'infantile, mentre, se si analizza bene, la maturità dell’io narrante è quella di una donna molto più grande.”
“Per tutto il libro ricorrono ossessive le parole magia, magica, ma non è dicendo continuamente: “… qui faccio una magia, questo è magico …” che si conferisce magia al racconto. La magia deve scaturire dagli accadimenti, non deve essere la scrittrice a dircelo. Tra l’altro, ciò a cui si riferisce la Agus non è magia, ma Azione Votiva".
"Ci ha tediato con la Magia per 140 pagine ... e poi? Scomparsa improvvisamente! Dovrebbe dirci che anche il dolore (per l’amico, per il nonno morto) è un arricchimento e che il dolore le ha fatto capire che è meglio godersi quel che si ha nel momento: allora sì… quella è la magia".
"Insomma, ci ha parlato di magie per tutto il libro, e poi, per sè, non riesce a farne nemmeno una! Dov’è lo scatto finale? Il colpo di coda di questo personaggio?"
Voglio comunque chiudere con un complimento alla “difesa”, a Rossella Drudi, che nonostante abbia confessato di non aver apprezzato il libro ha svolto il suo ruolo con indubbia ... professionalità.

Aritmetica a parte, la Roma ha ormai perso lo scudetto (e deve pure guardarsi dalla Juve per il secondo posto); in più è anche uscita dalla Champions; Berlusca è tornato al governo; Alemanno ha strapazzato Rutelli e adesso dobbiamo sorbirci la destra al Campidoglio ...
... mi sa che è meglio che stacco un po' e mi faccio questo ponte del 1° maggio.
PS: magari poteva essere un "ponte" migliore!